Recensione: La strada dritta di Francesco Pinto

26 aprile 2011

Francesco Pinto ci racconta la sua storia della costruzione dell’Autostrada del Sole. Una mezza dozzina di uomini coraggiosi rischiano mezzi e capitali in un’impresa che sembra ricalcare le orme risorgimentali della spedizione dei Mille di Garibaldi. Non più lo scoglio di Quarto ma la meno pittoresca periferia di San Donato, dove alla posa della prima pietra solo il Cardinal Montini, futuro Papa, sembra credere nella riuscita dell’impresa, e lo fa più per deferenza verso la Provvidenza che per reale convinzione. Le vicende (assai romanzate) dei dirigenti fautori dell’impresa si intrecciano con la storia d’amore fra capocantiere Gaetano De Angelis e Maria,  che più volte lui tradisce per l’autostrada stessa. I chilometri avanzano addirittura più rapidamente del previsto, con gran fatica dei dirigenti che devono lottare contro l’ottusità di Anas, Parlamento e burocrazia e lo fanno principalmente rosicchiando abbacchio nelle migliori trattorie romane-ah, la dura vita del dirigente pubblico. Se all’inizio la narrazione (ma di fiction quasi pura si parla, con pochissimi riferimenti storici e tutti funzionali all’intreccio) parte relativamente fluida, l’affanno che si prova intorno alla trecentesima pagina dev’essere simile a quello dei camionisti che l’A1 la percorrono davvero, da Milano a Napoli, e di certo non aiuta l’ottimismo che permea da ogni pagina, che ad un certo punto (diciamo all’altezza della barriera di Roma) comincia a risultare un po’ stucchevole, con tutti gli operai, capeggiati da Gaetano, che lavorano faticando ma col sorriso “per contribuire a fare l’Italia” e la contesa del tracciato fra Siena e Perugia (poi vinta dal tertium datur -da Fanfani- Arezzo) appena accennata e quasi ridotta ad un esercizio di stile dei due sindaci, nel sollievo di tutti i protagonisti. In questo idillio, dopo che Gaetano si riconcilia con la sua bella Maria, l’happy end è garantito per tutti, anche per il povero ingegner Nigro, già reduce di Russia pieno di rimorsi che troverà la fine in fondo ad un viadotto dell’Appennino ma morirà contento come l’uomo onesto e probo di deandreiana memoria.


Recensione: Ameni inganni di Giuseppe Culicchia

9 marzo 2011

Culicchia ritorna all’antico,rispolvera il suo vecchio Walter e gli toglie ogni prospettiva di riscatto. Il tipico bozzettismo culicchiano si fa sempre più pressante, in questi Ameni Inganni, specie se paragonati ai suoi precedenti, e ben più godibili, Il Paese delle Meraviglie, Un’estate al mare e Brucia la città. Se appare ben resa la sensazione di tedio che Antonio ci vuole trasmettere, la narrazione si contrae ben presto nell’appiattimento di una trama meno ispirata del solito (che belli i tempi delle bigiate dei giovani Attila e Zazzi nel Paese delle Meraviglie!)  ed il bozzettismo e la reiterazione dei pensieri del protagonista, cavalli di battaglia dell’autore torinese, diventano qui un anonimo flusso di coscienza che rischia di essere stucchevole anche per i culicchiani della prima ora. La scelta di parlare della vita confusa e inetta di un quarantenne annoiato e senza prospettive (all’opposto dei Dj che due anni fa bruciavano Torino) finisce per rendere noiose e senza prospettive anche troppe parti degli Ameni Inganni, specialmente nella seconda parte quando il personaggio principale ha espresso tutta la sua meschinità e la trama sembra procedere per inerzia; nè del resto la comprimaria, la bella Letizia, può essere di grande aiuto, per il protagonista e per il lettore, che arriverà all’ultima pagina con la sensazione di aver trovato un Culicchia sottotono.


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