La politica del neutrum

6 luglio 2011

Marco Porcio Catone, conosciuto come Catone il Censore, di ritorno da una missione a Cartagine si convinse che quella città dovesse essere distrutta, in quanto ritneva minacciasse la sicurezza di Roma. Da quel momento, e fino alla sua morte, usava concludere ogni suo intervento in senato, a prescindere dall’argomento, con la stessa frase, passata alla storia: “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam” (Per il resto, penso che Cartagine debba essere distrutta).

Il senato romano doveva deliberare su di una tassa? Cato censor diceva la sua, poi finiva con questa frase. C’era da decidere su di una questione urbanistica? Se ne discuteva. Poi la solita chiosa.

C’è una differenza fondamentale fra quello che accadeva con il Censore e quello che succede oggi, sia in Parlamento sia negli ambiti che dovrebbero concorrere a formare l’opinione pubblica. La differenza è questa: al tempo dei romani almeno qualcosa si decideva. Oggi le frasi che si sentono ai telegiornali, o si leggono nei commenti alle notizie delle testate on-line sono tipicamente: “Il Governo/l’opposizione non si deve preoccupare di questo, i problemi veri sono altri”; o ancora, onnipresente “I vigili urbani si occupano soltanto di multare le auto in doppia fila, ma nessuno fa nulla per la disoccupazione”. Pensandoci bene, è una degenerazione della logica del ceterum: c’è sempre qualcos’altro a cui pensare, le priorità sono ben altre. Non per nulla qualche anno fa questo atteggiamento veniva chiamato in linguaggio giornalistico e non senza disprezzo benaltrismo.

Catone è poi passato alla storia come un grande politico. Lui infatti il ceterum lo usava in modo adeguato: prima aiutava a decidere su una determinata questione, poi si pensava al resto. Oggi invece si finisce per usare la logica del neutrum: mentre si discute di un problema, sia in politica che nell’ambito degli organi di informazione, tanto ci si affanna a dire che sono altre le cose a cui pensare che alla fine si perde di vista sia l’oggetto della questione sia quelli che si ritengono i “problemi veri” (locuzione che ormai è diventata un topos nello scialbo dibattito politico contemporaneo).

Cartagine, anche grazie alle pressioni di Catone, fu distrutta nel 146 a.C. . Noi nel 2011 non riusciamo a combattere nè il parcheggio in doppia fila, nè la disoccupazione.


Il moderno Catilina

25 giugno 2010

Sallustio è stato uno storico romano del primo secolo avanti Cristo. Dopo aver partecipato attivamente alla politica con una carriera a dir poco controversa, trascorse l’ultima parte della sua vita a narrare dal di fuori il malcostume e la corruzione dei politici del suo tempo, con particolare riferimento a Lucio Sergio Catilina che vent’anni prima aveva tentato di instaurare una tirannide con un colpo di stato.

Per descrivere il suo nemico, Sallustio usava queste parole:

In tanta tamque corrupta civitate Catilina, id quod factu facillimum erat, omnium flagitiorum atque facinorum circum se tamquam stipatorum catervas habebat. Nam quicumque inpudicus, adulter, ganeo, manu, ventre, pene, bona patria laceraverat, quique alienum aes grande conflaverat quo flagitium aut facinus redimeret, praeterea omnes undique parricidae, sacrilegi, convicti iudiciis aut pro factis iudicium timentes, ad hoc quos manus atque lingua periurio aut sanguine civili alebat, postremo omnes quos flagitium, egestas, conscius animus exagitabat, ei Catilinae proxumi familiaresque erant. Quod si quis etiam a culpa vacuus in amicitiam eius inciderat, cottidiano usu atque illeceberis facile par similisque ceteris efficiebatur.

Che tradotto suona così:

In una città tanto grande e tanto corrotta Catilina, cosa che gli riusciva molto facile, radunava a sé, come fossero guardie del corpo, caterve di tutti gli scellerati, disgraziati e delinquenti. Infatti qualunque puttaniere, adultero, gozzovigliatore e chiunque aveva dilapidato l’eredità paterna nel gioco, nei banchetti o nel sesso, e tutti quelli che si erano indebitati per riscattare una ruberia o un omicidio, e ancora tutti gli assassini, i sacrileghi, i condannati dai giudici o chi temeva un processo per i reati commessi da ogni parte, e poi i sicari arricchiti con gli omicidi e per finire tutte quelle coscienze annullate dal crimine o dalla povertà, ebbene tutti questi erano intimi amici di Catilina. E se qualcuno ancora privo di colpe era diventato amico suo, attraverso i contatti quotidiani e le lusinghe diventava facilmente uguale agli altri.

Catilina ricorda un po’ qualcuno, di cui al momento non mi sovviene il nome…

Il testo in latino è preso dal capitolo XIV del De coniuratione Catilinae, la traduzione è mia.


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